MAFIA & COMPLICI " Cosca dei Pidocchi " - MAFIA: AGGUATO A PARTINICO, DUE MORTI E UN FERITO
MAFIA & COMPLICI " Cosca dei Pidocchi "

MAFIA: AGGUATO A PARTINICO, DUE MORTI E UN FERITO

 

 

 

 

 

 

 

Agguato a Partinico: pm, cosche in fibrillazione

 

 

PALERMO - "La situazione del mandamento mafioso di Partinico è di estrema fibrillazione. Dopo l'arresto dei principali esponenti del clan Vitale sulla zona, sempre in rappresentanza dei Vitale, ha esteso il suo potere il boss e latitante di Altofonte, Domenico Raccuglia. Ma a contendergli il controllo ci sono una serie di personaggi mafiosi locali: da qui l'estrema pericolosità del contesto di Partinico". Lo ha detto il sostituto procuratore della Dda di Palermo Francesco Del Bene che coordina le indagini sulla mafia nel comprensorio di Partinico dopo l' uccisione dei due imprenditori. "Per comprendere - ha aggiunto - quanto sia convulso il momento basti pensare che questo duplice omicidio è stato preceduto negli ultimi otto mesi da due omicidi e da una scomparsa per lupara bianca: mi riferisco agli agguati in cui, rispettivamente a luglio e ad ottobre, hanno perso la vita Giuseppe Lo Baido e Antonino Giambrone e alla scomparsa di Antonino Frisella"

 

 

PARTINICO (PALERMO)

 - Due persone sono state uccise ed una terza e' rimasta ferita in un agguato di stampo mafioso a  Partinico, un paese a 30 chilometri da Palermo. Le vittime sarebbero i figli di Salvatore Riina, omonimo del boss di Cosa Nostra, un imprenditore ucciso nel '98 e accusato di avere coperto la latitanza di alcuni mafiosi. Anche i figli di Riina, secondo le prime informazioni, svolgevano l'attività di imprenditori edili. L'agguato sarebbe scattato nella stessa zona dove era stato assassinato il padre, nei pressi di un bar in piazza Santa Caterina. Ieri a Partinico si era svolta una manifestazione di solidarietà nei confronti del responsabile dell'emittente televisiva Tele Jato, bersaglio di aggressioni e intimidazioni mafiose. All'iniziativa avevano partecipato il presidente dell'ordine nazionale dei giornalisti, Lorenzo Del Boca, il segretario nazionale della Fnsi, Franco Siddi, e il segretario dell'Unci, Guido Columba.

Le vittime dell'agguato sono Giuseppe e Giancarlo Riina, I due uomini avevano una piccola impresa nel settore del movimento terra. Il ferito, di cui ancora non sono state rese note le generalità, è un dipendente della loro impresa. Il padre dei Riina, Salvatore, è stato assassinato nel '98 dai capi mafia della zona, i Vitale, con cui era entrato in contrasto per ragioni di controllo delle attivita' illecite del territorio.

L'agguato è scattato poco dopo le 7 davanti al Bar "Le goloserie" nella piazza Santa Caterina omonima della chiesa che vi si affaccia a poca distanza dal luogo dove nel '98 venne ucciso Salvatore Riina, il padre delle vittime di oggi. Un cadavere si trova proprio davanti l'ingresso del bar mentre l'altro è ad una decina di metri vicino ad un' automobile. Secondo le testimonianze in piazza stamattina si trovavano pochissime persone e le uniche che potrebbero aver visto qualcosa erano nel bar. Il ferito è stato portato nell'ospedale di Partinico e le sue condizioni non sarebbero gravi. Giuseppe e Giancarlo Riina gestivano una piccola impresa edilzia e di movimento terra e avevano ottenuto appalti, non di grossa entità, anche da enti pubblici come i comuni di Partinico e Giardinello. Proprio in una villetta nel territorio di Giardinello vennero arrestati, il 5 novembre scorso, i boss Salvatore e Sandro Lo Piccolo insieme ad altri due capimafia.

L'uomo ferito, un collaboratore dei Riina, si chiama Fulvio Giordano ed è di Giardinello (Pa). Giuseppe Riina, di 37 anni, e il fratello Giancarlo, di 31, erano apena usciti da casa, in via Merla, quando è scattato l'agguato. I tre uomini hanno tentato di fuggire ma sono stati raggiunti dai colpi dei sicari che erano almeno due.

 

 

Mafia 80 arresti tra Italia e Usa

 

 

Sono 77, per ora, le persone arrestate nell' ambito dell' operazione congiunta di polizia 'Old bridge', di cui 19 a Palermo (più quattro ordinanze che hanno raggiunto persone già in carcere) e 54 negli Stati Uniti. Lo ha detto il direttore centrale anticrimine della Polizia di Stato, Francesco Gratteri, nella conferenza durante la quale è stata illustrata l'operazione, "che - ha aggiunto - è tuttora in corso".

Dall' inchiesta emerge che alcuni di loro hanno riallacciato relazioni sul territorio americano, e in particolare con personaggi inseriti nella famiglia mafiosa americana degli Inzerillo-Gambino. Le indagini sono condotte dal Servizio centrale operativo della polizia di Stato e dalla Squadra mobile di Palermo, coordinati dalla Dda e dalla procura nazionale antimafia.


FRANK CALI' PRESO A CASA DELL'AMANTE

ROMA - Lo hanno preso a casa dell'amante, in un appartamento di Long Island. E agli agenti dell'Fbi, del Servizio operativo centrale della polizia e della questura di Palermo che lo hanno ammanettato non ha opposto resistenza. Erano circa le 8 in America quando Frank Calì, ritenuto dagli inquirenti il nuovo capomafia della famiglia Gambino, è stato bloccato. Prima i poliziotti si erano presentati nell'abitazione dove 'Franky Boy' risulta essere residente, ma non l'hanno trovato. Gli uomini che per mesi avevano seguito e studiato le sue mosse sapevano però che c'era un altro posto dove potevano trovarlo, una villetta rossa a Long Island - con un giardinetto curato davanti e le tendine alla finestra della cucina - dove abitava la sua amante. Così si sono presentati all'indirizzo e l'hanno preso. Ai poliziotti Calì non avrebbe detto nulla né opposto resistenza, limitandosi a fare una smorfia con il viso. Una volta ammanettato, il rampollo della famiglia Gambino è salito a bordo di un auto, apparentemente tranquillo, ed è stato portato via

I CONTATTI FRA BOSS SICILIANI E AMERICANI


Il mafioso, Nicola Mandalà, a partire dal 2003, aveva attivato canali e contatti con i boss del mandamento palermitano di "Passo di Rigano", che da sempre ha avuto collegamenti con le famiglie americane della Lcn (La Cosa nostra). E' quanto emerge dall' inchiesta Old Bridge. Questi contatti, secondo gli inquirenti, avevano il fine di elaborare e perseguire una strategia di riammissione di alcuni boss che negli anni '80 erano fuggiti da Palermo per scampare alla guerra di mafia scatenata da Toto' Riina, e rifugiarsi negli Stati Uniti. Fra gli "scappati" vi erano gli Inzerillo, i quali, dopo un lungo periodo trascorso "in esilio" sarebbero stati fatti ritornare in Sicilia e riammessi negli affari dei boss palermitani, in particolare nel traffico di droga. Gli investigatori non hanno accertato se Mandalà fosse stato autorizzato da Provenzano, con il quale il mafioso aveva nel 2003 un rapporto molto stretto perché ne gestiva la latitanza, oppure se è stato spinto dal capomafia Salvatore Lo Piccolo. Di certo Mandalà ha effettuato diversi viaggi negli Stati Uniti dove ha incontrato Frank Calì e altri affiliati al clan degli Inzerillo di New York sospettati dall'Fbi di essere coinvolti in traffici di droga.

IN INCHIESTA ANCHE ESTORSIONI AD AZIENDE


PALERMO -  Sono decine le estorsioni scoperte nell'ambito dell'indagine "Old bridge" della polizia di Stato e vanno da quella alla ditta di "autoservizi Cuffaro", alla "Monti Costruzioni" fino alla catena di negozi "Prima Visione" a Palermo. La conversazione registrata fra il boss Nino Rotolo e il capomafia agrigentino Calogero Di Gioia, mette in evidenza l'estorsione imposta alle "autolinee Cuffaro" di Casteltermini (Agrigento), omonima dell'azienda di famiglia dell'ex presidente della Regione che è di Raffadali. Di Gioia si lamenta di avere saputo che personale della ditta Cuffaro era stato "avvicinato" da soggetti che avevano formulato richieste estorsive con modalità difformi da quelle nel tempo consolidate: "Anche perché effettivamente è vent'anni che non si è fatto vedere nessuno", confida al boss. Rotolo, che ricollega la vicenda ai nuovi assetti del mandamento di Brancaccio, al cui vertice è arrivato Pino Savoca, incarica un suo colonnello, Gianni Nicchi, latitante, di capire cosa sia accaduto. E si scopre che per anni l'azienda è venuta incontro alle richieste di Cosa nostra non versando denaro, ma assumendo persone. Una prassi consolidata interrotta da Savoca, che ha mandato un suo uomo a chiedere 500 euro al mese alla ditta.


LA DROGA UNISCE LE FAMIGLIE OLTREOCEANO


di Lara Sirignano

PALERMO - In principio furono don Tano Badalamenti, Vittorio Mangano, Masino Buscetta: pionieri del grande business della droga tra l'America e la Sicilia. Da Pizza Connection, prima maxi inchiesta sul narcotraffico, a Old Bridge, l'indagine coordinata dalla dda di Palermo, sono passati quasi 30 anni, ma la droga continua a essere comune denominatore degli affari illeciti tra le cosche siciliane e quelle statunitensi. Un business mai interrotto, quello che ha legato i due continenti, negli ultimi anni diventato ancora più intenso. E i nomi delle famiglie Usa coinvolte sono sempre gli stessi: Gambino, Inzerillo. I vecchi padrini della Grande Mela, il traffico l'hanno dato in gestione alle nuove leve come Frank Calì detto 'u Franki'. Mentre le cosche palermitane affidano il denaro frutto delle estorsioni e delle altre attività illecite, perché venga reinvestito in stupefacente, agli emergenti come il palermitano Gianni Nicchi. Ed è proprio seguendo i viaggi oltreoceano di Nicchi, che all'epoca non era ancora latitante, che nel 2003 gli investigatori hanno riannodato i fili del'antica rete della droga che unisce il vecchio al nuovo continente. Il 26 novembre il rampollo del capomafia Nino Rotolo vola a New York insieme ad un uomo storico di Bernardo Provenzano, Nicola Mandalà, capomafia di Villabate. Il 23 dicembre stessa destinazione per altri due mafiosi di spicco, Giuseppe Inzerillo e Salvatore Greco. Il 18 marzo, Mandalà torna negli Usa insieme a un altro boss di Villabate, Enzo Fontana. Tutti i viaggi sono preceduti da fitti appuntamenti con i capi delle principali famiglie palermitane. "Ciò- scrivono i magistrati - va ad avvalorare l'ipotesi che il viaggio fosse stato organizzato in nome e per conto di più famiglie mafiose palermitane associatesi nell'occasione, per la conclusione di un redditizio affare da portare avanti negli Stati Uniti, che poteva essere quello dell'acquisto di una ingente partita di droga". E il ricordo va a Pizza Connection, inchiesta che scoperchiò la pentola del miliardario business della polvere bianca. Nel 1984 si parlava di un giro d'affari di un miliardo e 65 milioni di dollari. Poi fu la volta di Iron Tower, indagine del 1988 che fu la proiezione, negli Usa orientali, di un'inchiesta italiana sulle famiglie mafiose di Torretta e Carini. Un'intuizione, quella degli inquirenti, che portò alla scoperta di un nuovo canale del traffico di droga fra l'Italia e l'America. In carcere finirono i corrieri dell'eroina. Parallelamente gli investigatori scoprirono, a Brooklyn, gli affari dei fratelli Giuseppe e Giovanni Gambino che, dietro attività legali di copertura nel settore alimentare, nascondevano il commercio di stupefacenti. Francesco Inzerillo coordinava i rapporti tra i boss siciliani e cugini americani : l'eroina raffinata in Sicilia, come aveva capito già nel 1979 Boris Giuliano, vicequestore che pagò con la vita proprio le sue intuzioni sui traffici di droga, veniva venduta in America. Nell'isola, dagli Usa, invece giungeva la cocaina americana.di Lara Sirignano) (ANSA) - PALERMO, 7 FEB - In principio furono don Tano Badalamenti, Vittorio Mangano, Masino Buscetta: pionieri del grande business della droga tra l'America e la Sicilia. Da Pizza Connection, prima maxi inchiesta sul narcotraffico, a Old Bridge, l'indagine coordinata dalla dda di Palermo, sono passati quasi 30 anni, ma la droga continua a essere comune denominatore degli affari illeciti tra le cosche siciliane e quelle statunitensi. Un business mai interrotto, quello che ha legato i due continenti, negli ultimi anni diventato ancora più intenso. E i nomi delle famiglie Usa coinvolte sono sempre gli stessi: Gambino, Inzerillo. I vecchi padrini della Grande Mela, il traffico l'hanno dato in gestione alle nuove leve come Frank Calì detto 'u Franki'. Mentre le cosche palermitane affidano il denaro frutto delle estorsioni e delle altre attività illecite, perché venga reinvestito in stupefacente, agli emergenti come il palermitano Gianni Nicchi. Ed è proprio seguendo i viaggi oltreoceano di Nicchi, che all'epoca non era ancora latitante, che nel 2003 gli investigatori hanno riannodato i fili del'antica rete della droga che unisce il vecchio al nuovo continente. Il 26 novembre il rampollo del capomafia Nino Rotolo vola a New York insieme ad un uomo storico di Bernardo Provenzano, Nicola Mandalà, capomafia di Villabate. Il 23 dicembre stessa destinazione per altri due mafiosi di spicco, Giuseppe Inzerillo e Salvatore Greco. Il 18 marzo, Mandalà torna negli Usa insieme a un altro boss di Villabate, Enzo Fontana. Tutti i viaggi sono preceduti da fitti appuntamenti con i capi delle principali famiglie palermitane. "Ciò- scrivono i magistrati - va ad avvalorare l'ipotesi che il viaggio fosse stato organizzato in nome e per conto di più famiglie mafiose palermitane associatesi nell'occasione, per la conclusione di un redditizio affare da portare avanti negli Stati Uniti, che poteva essere quello dell'acquisto di una ingente partita di droga". E il ricordo va a Pizza Connection, inchiesta che scoperchiò la pentola del miliardario business della polvere bianca. Nel 1984 si parlava di un giro d'affari di un miliardo e 65 milioni di dollari. Poi fu la volta di Iron Tower, indagine del 1988 che fu la proiezione, negli Usa orientali, di un'inchiesta italiana sulle famiglie mafiose di Torretta e Carini. Un'intuizione, quella degli inquirenti, che portò alla scoperta di un nuovo canale del traffico di droga fra l'Italia e l'America. In carcere finirono i corrieri dell'eroina. Parallelamente gli investigatori scoprirono, a Brooklyn, gli affari dei fratelli Giuseppe e Giovanni Gambino che, dietro attività legali di copertura nel settore alimentare, nascondevano il commercio di stupefacenti. Francesco Inzerillo coordinava i rapporti tra i boss siciliani e cugini americani : l'eroina raffinata in Sicilia, come aveva capito già nel 1979 Boris Giuliano, vicequestore che pagò con la vita proprio le sue intuzioni sui traffici di droga, veniva venduta in America. Nell'isola, dagli Usa, invece giungeva la cocaina americana.

 

Arrestato Superlatitante

 Vincenzo Licciardi

 

 

Gli agenti della Squadra Mobile della Questura di Napoli e del Servizio Centrale Operativo di Roma hanno arrestato Vincenzo Licciardi, considerato uno dei capi della camorra napoletana. Licciardi, ricercato da anni, era inserito nell'elenco del Ministero dell'Interno dei trenta latitanti più pericolosi.

Era nascosto in un villino di Licola, con la moglie e una coppia di amici incensurati, Vincenzo Licciardi, quando, all'alba è stato raggiunto dagli uomini della polizia. L'individuazione del rifugio è stata resa possibile, dopo lunghe indagini negli ambienti delle persone ritenute vicine al superlatitante, grazie anche all'utilizzo di sofisticate tecnologie. Non si è per ora appreso se siano stati compiuti altri arresti, mentre le persone che erano con lui al momento dell'arresto, a quanto si è appreso, sarebbero state denunciate all'autorità giudiziaria.

 


Vincenzo Licciardi, 42 anni, é considerato il reggente della cosiddetta 'Alleanza di Secondigliano'. Era ricercato dal 2004 ed è stato rintracciato dagli agenti in una villetta del litorale flegreo, a qualche decina di chilometri dalla masseria Cardone di Secondigliano, dove ha sede il 'quartiere generale' della potente organizzazione malavitosa. Vincenzo Licciardi aveva assunto la guida del clan dopo la morte del fratello Gennaro, detto 'a Scigna' (la scimmia), deceduto per setticemia mentre era detenuto a Voghera. Nel cartello dell' 'Alleanza di Secondigliano' sono confluiti negli anni passati alcuni potenti clan tra cui i Contini ed i Mallardo 'i carlantoni' di Giugliano. L'organizzazione criminale ha gestito il traffico di droga e controllato il racket delle estorsioni in diversi quartieri della città di Napoli. Un controllo degli affari che ha portato l'Alleanza a scontrarsi con alcuni clan del centro storico.

GRASSO, VERSO DESTRUTTURAZIONE DEI CLAN

 "L'arresto di Licciardi è un ulteriore successo nella cattura dei latitanti dei clan contrapposti che hanno portato negli ultimi anni alla faida di Secondigliano". Lo afferma Pietro Grasso, procuratore nazionale antimafia, commentando l'arresto del superlatitante Licciardi. "Ci si sta avviando - aggiunge - verso la completa destrutturazione dei clan che fino ad oggi hanno provocato decine di morti per le strade di Napoli. La cattura di Licciardi, per le geniali modalità con le quali è stata eseguita dalla polizia, rappresenta dunque un passo avanti nella lotta alla camorra". Il capo della Direzione nazionale antimafia ha inoltre espresso un plauso agli investigatori della squadra mobile di Napoli e ai magistrati della Dda che hanno coordinato l'operazione.

 

 

 

10:34 AM - Tuesday 12 February 2008 - commenti {2} - Invia un commento

Gennaio news

 

 

sabato 09 febbraio 2008

 

 9 omicidi anni 80 - 90

 

6 ergastoli

 

 

Il pm della Dda, Giuseppe Fici, al termine della requisitoria del processo per gli omicidi negli anni Ottanta di Cosa Nostra e Stidda, ha chiesto sei ergastoli per Giuseppe Brancato, 50 anni, di Canicattì, l'agrigentino Calogero Castronovo di 59 anni, Giuseppe Fanara di 52 anni e Salvatore Fragapane di 52 anni, di Sant'Elisabetta, Giuseppe Putrone , 51 anni, (fratello del collaboratore di giustizia Luigi) di Porto Empedocle, Filippo Sciara, 44 anni, di Siculiana. Il processo, davanti alla seconda Corte d'Assise presieduta da Luigi D'Angelo con a latere Walter Carlisi, è scaturito dalle dichiarazioni del pentito di Porto empedocle, Giulio Albanese, e da quelle più recenti di Maurizio Di Gati. La prossima udienza è fissata per venerdì.

 

 

Mafia: Unione Cronisti ricorda Mario Francese a Palermo

 

Di Angelo Gelo, sabato 19 gennaio 2008  

29 anni dall'omicidio, il Gruppo siciliano dell'Unci-Unione nazionale cronisti italiani ricorda il sacrificio del cronista Mario Francese con una cerimonia che avrà luogo il prossimo sabato, 26 gennaio, sul luogo dell'agguato. Mario Francese fu ucciso da un killer di mafia la sera del 26 gennaio 1979, in viale Campania, a Palermo. Il giornalista, originario di Siracusa, era sposato e padre di 4 figli. Per il Giornale di Sicilia seguiva la cronaca 'giudiziaria'. L'agguato scattò non appena il giornalista, posteggiata l'auto sotto casa, stava per raggiungere il portone dello stabile in cui abitava.

Il Gruppo siciliano dell'Unci-Unione nazionale cronisti italiani ha organizzato anche quest'anno, davanti al cippo che ricorda il brutale assassinio, la commemorazione del coraggioso cronista per la giornata in cui ricorre il 29esimo anniversario dal barbaro assassinio.

L'appuntamento è per le ore 8,30 di sabato 26 gennaio 2008 davanti al cippo che ricorda il barbaro omicidio, in viale Campania. Saranno presenti, oltre ai vertici regionali dell'Unci, la vedova ed i figli di Francese, tra cui Giulio, anch'egli giornalista e che fu tra i primi a raggiungere il luogo del delitto anche se non gli fu detto subito che il cadavere di quell'uomo ammazzato, coperto da un lenzuolo insanguinato, era il cadavere del suo papà.

 "Mario Francese, così come gli altri sette giornalisti uccisi in Sicilia dagli anni '60 ad oggi - ha dichiarato il Presidente dell'Unci Sicilia, Leone Zingales - saranno ricordati il prossimo 3 maggio a Roma, in Campidoglio, nel corso della Prima 'Giornata della Memoria a ricordo dei giornalisti uccisi da mafie e terrorismo. La proposta del Gruppo siciliano dell'Unione cronisti - ha proseguito Zingales, ideatore dell'iniziativa - è stata approvata all'unanimità nel novembre del 2006 nel corso di un consiglio nazionale dell'Unci che si è svolto a Viareggio. Ci sembra giusto, in questo modo, ricordare tutti quei cronisti che sono stati uccisi da mafie e terrorismo perchè ritenuti 'scomodi'. Oltre Francese ricorderemo Mauro De Mauro, Cosimo Cristina, Giuseppe Fava, Mauro Rostagno, Giuseppe Alfano, Giovanni Spampinato, Peppino Impastato, Giancarlo Siani, Walter Tobagi, Carlo Casalegno e tutti quei cronisti uccisi dal terrorismo intyernazionale o in zone di guerra.  L'istituzione di una Giornata ad hoc per questi colleghi fa il paio con il Giardino della Memoria di Ciaculli, a Palermo, che vede impegnati da alcuni anni cronisti e magistrati in una particolare iniziativa di legalità sul versante della lotta contro la mafia. Il sito, lo scorso 15 giugno, è stato visitato anche dal Presidente della Repubblica Giorgio napolitano che ha incontrato i familiari delle vittime della mafia".

 

 

Gotha, 400 anni di carcere ai boss

 

Condannati oltre 38 imputati accusati di mafia, alcuni dei quali indicati come i capi delle famiglie mafiose di Palermo nonchè come uomini molto vicini a Provenzano

 

21/01/2008

 

PALERMO - Il giudice Piergiorgio Morosini ha inflitto condanne per oltre 400 anni di carcere a 38 imputati accusati di mafia, alcuni dei quali indicati come i capi delle famiglie mafiose di Palermo. Si tratta di boss che erano vicini a Bernardo Provenzano.

Il processo, che scaturisce dall'operazione "Gotha" del giugno 2006, si è svolto con il rito abbreviato. Fra i condannati vi sono i capimafia Antonino Rotolo, a capo della famiglia di Pagliarelli, e Franco Bonura, della famiglia Uditore, ai quali sono stati inflitti, ad entrambi, 20 anni di carcere. L'accusa è stata sostenuta dai pm Michele Prestipino,
Maurizio De Lucia e Roberta Buzzolani.

Il gup Piergiorgio Morosini ha inoltre condannato a 15 anni di reclusione il latitante Giovanni Nicchi, ritenuto un sicario delle cosche. Sono solo due gli imputati assolti: Gerlando Alberti e Filippo Annatelli, entrambi per non aver commesso il fatto. Il giudice ha pure condannato gli imputati a risarcire le associazioni che si sono costituite parte civile: Fai (Federazione delle associazioni antiracket e antiusura italiane); Associazione degli Industriali della provincia di Palermo; Comitato Addiopizzo; Sos impresa Palermo; la "Spa Marina di Villa Igea" e la federazione provinciale del commercio, del turismo, dei servizi, delle professioni e delle piccole e medie imprese di Palermo.

Nel procedimento si erano costituiti parte civile anche 14 commercianti cinesi che avevano ricevuto richieste estorsive da parte delle cosche mafiose e adesso per il giudice dovranno essere risarciti. Il gup ha pure ordinato la confisca di beni del boss Antonino Rotolo per un valore complessivo di 50 milioni di euro.

 

Intrecci tra boss e politici

 

Nella relazione annuale della Direzione nazionale antimafia emerge che al Sud numerose inchieste giudiziarie riguardano collusioni tra mafia e pubblica amministrazione. Nelle città del Mezzogiorno sarebbe forte lo scambio di voti con la criminalità organizzata. Su Cosa nostra: "L'arresto di Provenzano ha deteriorato gli equilibri, c'è il rischio che si torni a sparare"

 

 

In virtù di questo business, l'analisi dei magistrati della Dna rileva che "mentre nei tempi passati una buona fetta dell'economia napoletana si basava sul contrabbando, il cui indotto garantiva la sopravvivenza di larghi strati della popolazione, nel presente è l'emergenza rifiuti che svolge lo stesso ruolo. Il che spiega come spesso essa venga creata e mantenuta ad arte con la camorra sempre di sottofondo".

"Non è possibile prevedere con ragionevole certezza quali saranno, dopo l'arresto di Bernardo Provenzano, le strategie di Cosa nostra; in particolare, non è possibile prevedere se continuerà la strategia (finora perseguita) di sommersione". È l'analisi della Direzione nazionale antimafia, nel suo rapporto annuale, in cui delinea i prossimi scenari di Cosa nostra a Palermo. La Dna non esclude il pericolo di un ritorno alle armi delle cosche.

Per i magistrati l'arresto di Provenzano e la cattura dei suoi colonnelli, ha portato a squilibri interni all'organizzazione, tanto da provocare "un improvviso deterioramento dei precari equilibri interni in tutto o in parte del territorio interprovinciale, sia a causa di iniziative concertate di settori determinati dell'organizzazione mafiosa, sia per iniziativa di gruppi emergenti determinati a sottrarsi a logiche complessive e a ridisegnare nuove geografie interne del potere".

La Direzione nazionale antimafia, analizzando la prospettiva di Cosa nostra a Palermo, ricorda "la specificità della situazione del distretto palermitano", e non esclude un ritorno dei boss alle armi. I magistrati sottolineano che nel territorio di Palermo e
provincia gli anni scorsi sono stati scanditi da una serie impressionante di omicidi, stragi e attentati, tutti riferibili a Cosa nostra e che hanno colpito un numero impressionante di uomini delle istituzioni (esponenti politici, magistrati, uomini delle forze dell'ordine, pubblici funzionari), di sacerdoti, di giornalisti, di imprenditori. "Uomini - si legge nella relazione della Dna - che si opponevano ad una organizzazione mafiosa che aveva raggiunto una forza ed un'arroganza tali da potere concepire una simile carneficina".

"Oggi - afferma la Dna - non può essere sottovalutato il pericolo concreto ed attuale di azioni volte a colpire quegli esponenti dello Stato che a causa dell'adempimento dei propri doveri istituzionali vengono individuati come punti di resistenza e di dissenso da abbattere, perchè giungano in porto disegni complessivi dell'organizzazione che richiedono invece un clima di acquiescenza, di arretramento rispetto alle motivazioni anche etiche, che spingono ad una ferma, istituzionale opposizione al fenomeno mafioso".

 

 

Sant'Angelo Muxaro

 

mercoledì 30 gennaio 2008

 

Due arresti per droga

 

Altri due arresti nell’ambito dell’inchiesta cosiddetta ‘’Cow boys’’ contro un presunto traffico internazionale di droga. La Polizia ha arrestato Pietro Alessi, 40 anni, e Giuseppe Franciamore, 35 anni, entrambi di San Angelo Muxaro, accusati di importare dal Belgio verso l’ Italia ingenti quantita’ di hashish.

 

 

Mafia. Maxi sequestro ai danni di Giuseppe Grigoli

 

giovedì 31 gennaio 2008

 

Beni per complessivi trecento milioni di euro sono stati sequestrati dalla Dia siciliana all'imprenditore della grande distribuzione, Giuseppe Grigoli, 59 anni, ritenuto il prestanome del boss mafioso latitante di Castelvetrano (Trapani), Matteo Messina Denaro.

Dopo il maxi sequestro dello scorso 20 dicembre, quando a Grigoli era già stata sequestrata una società e decine di supermercati in tutta la Sicilia, oggi un nuovo provvedimento colpisce l'azienda 'Grigoli distribuzione', costituita da quote sociali, beni aziendali, strumentali, disponibilità finanziarie, immobili, terreni per un valore di circa 300 milioni di euro.

Il provvedimento di sequestro è stato chiesto dai pm della Dda di Palermo Michele Prestipino, Marzia Sabella, Roberto Piscitello e Costanino De Robbio e dai Procuratori aggiunti Roberto Scarpinato e Giuseppe Pignatone, e accolto dal gip Donatella Puleo.

In particolare, sono stati sottoposti sotto sequestro, quote sociali per 14 milioni di euro, partecipazioni in altre società, 133 terreni per una estensione complessiva di circa 60 ettari, nonchè 220 fabbricati ubicati in varie parti della Sicilia.

 

10:32 AM - Tuesday 12 February 2008 - commenti {0} - Invia un commento

 

 

 

 liliumjoker

 

 


 

 
 
 
 

 

  


 

01:22 PM - Jul. 26, 2008 - Invia un commento

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Questa “sporcizia” a sempre usufruito dell’appoggio delle amministrazione , a preparato a tavolino l’assassinio dei miei fratelli e quello mio , ma grazie a “DIO” e i miei cani che sono stati i miei “Angeli Custodi “ sono in vita ….. gestivano appalti , droga ,omicidi , estorsioni , intimidazioni , furti e tanto altro che verrà prossimamente alla luce….ma ne manca ancora “sporcizia” all’appello , aspettiamo ulteriori sviluppi…..tutti vedevano , tutti sapevano , tutti sanno .

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