Mafia: imprenditore anti racket indagato per riciclaggio

Mafia: imprenditore anti racket indagato

 

 

CALTANISSETTA – L’imprenditore Stefano Italiano, presidente della cooperativa Agroverde di Gela, che nel 2005 denunciò le richieste di pizzo facendo arrestare e poi condannare gli esattori del racket, è adesso indagato per riciclaggio aggravato dall’aver favorito la mafia.

 L’uomo, che vive scortato da più di un anno e fa parte dell’associazione antiracket di Gela, è stato iscritto nel registro degli indagati dai pm della Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta nell’ambito di una indagine condotta dal centro operativo Dia.

Secondo gli investigatori, Italiano quando denunciò i mafiosi per le richieste di tangenti, si sarebbe ‘limitato a riferire soltanto degli episodi estorsivi, tacendo di quelle collusioni pregresse con le cosche mafiose’.

 

 

Gela, sequestrata dalla Dia la cooperativa simbolo della lotta contro il racket

 

 

 

GELA (CALTANISSETTA) – Il Gip del Tribunale di Caltanissetta ha ordinato il sequestro della cooperativa ‘Agroverde’ di Gela, il cui presidente è Stefano Italiano, indagato per riciclaggio aggravato dall’avere favorito la mafia.

Il provvedimento è stato richiesto dalla procura della Repubblica ed è stato eseguito in mattinata dagli investigatori del Centro operativo Dia di Caltanissetta.

La cooperativa ‘Agroverde’, che fattura 20 milioni di euro l’anno, da tempo era diventata il simbolo della lotta al racket dopo che Italiano aveva denunciato gli esattori del pizzo. È stato lui, infatti, assieme al sindaco di Gela, Saro Crocetta, a spingere in questi anni con il suo esempio altri 70 commercianti gelesi a denunciare.

Adesso il sequestro comprende il capitale della cooperativa, gli impianti aziendali e tutte le disponibilità bancarie della società per un valore complessivo stimato in 32 milioni di euro.

L’indagine della Dia è finalizzata a fare luce sui meccanismi economico-finanziari di Italiano, che per l’accusa consentivano di riciclare grandi somme di denaro proveniente dal attività illecite delle cosche e nel contempo acquisire contributi pubblici per importi elevatissimi destinati a ristrutturare gli impianti che venivano poi realizzati da ditte riconducibili al clan mafioso dei Madonia.

Per riciclare il denaro l’imprenditore Stefano Italiano, avrebbe utilizzato il meccanismo dell’aumento di capitale. Per questa vicenda, oltre all’imprenditore da due anni impegnato nella lotta al racket, sono indagati anche un funzionario e impiegati della banca Intesa di Gela che avrebbero consentito operazioni illegali.

Gli inquirenti sostengono che queste operazioni economiche, fatte prima che l’ imprenditore iniziasse a denunciare il pizzo, sarebbero state falsificate e attribuite ai soci di Italiano. Gli impiegati della banca che apparteneva al gruppo ‘Ambrosiano-Veneto’ sono indagati per non aver applicato la normativa antiriciclaggio.

 

 

Mafia: maxisequestro beni a famiglia imprenditore

 

Paolo Sgroi era presidente e ad della Cedi Sisa Sicilia Spa

 

(ANSA) – ROMA, 5 DIC – La Gdf di di Palermo hanno sequestrato beni per 250 milioni di euro ai parenti dell’imprenditore Paolo Sgroi, morto il 5 ottobre a 62 anni.Sgroi e’ stato presidente ed amministratore delegato della Cedi Sisa Sicilia Spa ed era indagato per associazione a delinquere di stampo mafioso. Le indagini erano partite da alcune conversazioni intercorse tra pregiudicati mafiosi circa gli interessi dei vertici di ‘cosa nostra’ nella grande distribuzione commerciale, con particolare riferimento alla Sisa.

 

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Blitz antimafia a Catania

 

 

Decapitato il clan Santapaola

 

 

CATANIA – Un altro duro colpo è stato inferto dai carabinieri del Comando provinciale di Catania alla cosca Santapaola-Ercolano. I reati ipotizzati sono associazione mafiosa finalizzata alla commissione di omicidi, estorsioni, rapine, furti e riciclaggio di denaro e beni di provenienza illecita. L’inchiesta avrebbe fatto luce anche su una serie di tangenti imposte a imprenditori edili che erano costretti a comprare il cemento da imprese ‘amiche’ della cosca.

Le indagini dei carabinieri, durate due anni, avrebbero accertato anche i collegamenti tra la frangia del clan Santapaola che opera nella provincia e Cosa nostra di Catania. I provvedimenti restrittivi, in corso di esecuzione da parte di oltre 200 militari dell’Arma, sono stati emessi dal Gip Antonino Fallone su richiesta del procuratore aggiunto Giuseppe Gennaro e dei sostituti della Dna, Carmelo Petralia, e della Dda, Agata Santanocito.

Dall’indagine emerge che Roberto Faro, 19 anni, e Giuseppe Salvia, 29, furono assassinati l’11 giugno del 2006 a Paternò perchè erano due ladri non ‘inquadrati’ nelle cosche locali che avevano messo a segno dei furti di materiale edile e di carburanti in cantieri ‘tutelati’ da Cosa nostra.

I sicari non esitarono a sparare contro gli obiettivi dell’agguato nonostante la presenza del figlio di Salvia, che allora aveva 7 anni, e che rimase gravemente ferito. Per quell’episodio sono indagate, tra mandanti ed esecutori, quattro persone, arrestate nei giorni successivi dai carabinieri: Salvatore Assinata, di 36 anni, figlio del presunto boss Domenico, Alfio Scuderi, di 35 anni, Giovanni Messina, di44, e Benedetto Beato, di 26. Durante i due anni di indagini sulla cosca gli investigatori hanno anche impedito una vendetta trasversale nei confronti di un proprio affiliato ‘colpevole’ di avere un fratello collaboratore di giustizia.

Ci sono anche la gestione di appalti, e servizi pubblici e presunte pressioni per impedire od ostacolare il libero esercizio del voto in occasione di consultazioni elettorali al centro dell’inchiesta Padrini della Procura della Repubblica di Catania. Secondo quanto si è appreso, gli episodi riguarderebbero un paese dell’hinterland etneo.

C’è anche l’assessore ai Servizi sociali del Comune di Paternò, Carmelo Frisenna, di 37 anni, tra gli arrestati dell’operazione Padrini dei carabinieri del comando provinciale di Catania contro la cosca Santapaola-Ercolano. All’imprenditore agricolo, primo degli eletti con 597 voti in Forza Italia nelle elezioni amministrative del maggio del 2007, è contestato il reato di associazione mafiosa.

L’indiscrezione dell’arresto dell’esponente politico è stata confermata dal sindaco del paese etneo, Pippo Failla di An. Secondo l’accusa Frisenna avrebbe avuto contatti diretti con la cosca che, per la Procura di Catania, lo rendevano il collegamento con le autonomie locali.

L’assessore avrebbe avuto incontri anche con Angelo Santapaola, il nipote del capomafia Benedetto assassinato, assieme al suo guardaspalle Nicola Sedici, durante un’operazione di ‘pulizia interna’ disposto da Cosa nostra nell’ottobre del 2007 nelle campagne di Palagonia.

L’elenco degli arrestati. L’ordine restrittivo è stato notificato in carcere dai carabinieri a nove indagati: Francesco Amantea, di 38 anni, Salvatore Assinnata, di 36, Salvatore Branciforte, di 36, Giuseppe Mirenna, di 56, Filippo Santo Pappalardo, di 30, Francesco Giuseppe Pappalardo, di 27, Alfio Scuderi, di 35, Roberto Vacante, di 45, e a Luca Vespucci, di 25.

Gli arrestati da militari dell’Arma sono quindici indagati che erano in stato di libertà: Antonino Aiello, di 53 anni, Giuseppe Amantea, di 40, Massimo Amantea, di 31, Salvatore Angelica, di 48, Domenico Filippo Assinnata, di 56, Alessandro Befumo, di 23, Enrico Caruso, di 53, Salvatore Catania, di 46, Rosario Chisari, di 40, Carmelo Frisenna, di 37, Salvatore Morabito, di 30, Alfio Parisi, di 46, Pietro Puglisi, di 34, Rosario Salvatore Sinatra, di 35, e Salvatore Maria Adamo Tirenna, di 40.

 

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MAFIA NEWS

 

MAFIA: BLITZ CONTRO COSCA SANTAPAOLA A CATANIA, 24 ARRESTI

 

CATANIA – Carabinieri del comando provinciale di Catania stanno eseguendo un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 24 presunti appartenenti alla cosca Santapaola-Ercolano. I reati ipotizzati, a vario titolo, sono associazione mafiosa finalizzata alla commissione di omicidi, estorsioni, rapine, furti e riciclaggio di denaro e beni di provenienza illecita. L’inchiesta, secondo quanto si è appreso, avrebbe fatto luce anche su una serie di tangenti imposte a imprenditori edili che erano costretti a comprare il cemento da imprese ‘amiche’ della cosca. Le indagini dei carabinieri, durate due anni, avrebbero accertato anche i collegamenti tra la frangia del clan Santapaola che opera nella provincia e Cosa nostra di Catania. I provvedimenti restrittivi, in corso di esecuzione da parte di oltre 200 militari dell’Arma, sono stati emessi dal Gip Antonino Fallone su richiesta del procuratore aggiunto Giuseppe Gennaro e dei sostituti della Dna, Carmelo Petralia, e della Dda, Agata Santanocito.

Roberto Faro, 19 anni, e Giuseppe Salvia, 29, furono assassinati l’11 giugno del 2006 a Paternò perché erano due ladri non ‘inquadrati’ nelle cosche locali che avevano messo a segno dei furti di materiale edile e di carburanti in cantieri ‘tutelati’ da Cosa nostra. E’ quanto emerge dall’operazione ‘Padrini’ dei carabinieri del comando provinciale di Catania contro 24 presunti appartenenti al clan Santapaola-Ercolano. I sicari non esitarono a sparare contro gli obiettivi dell’agguato nonostante la presenza del figlio di Salvia, che allora aveva 7 anni, e che rimase gravemente ferito. Per quell’episodio sono indagate, tra mandanti ed esecutori, quattro persone, arrestate nei giorni successivi dai carabinieri: Salvatore Assinata, di 36 anni, figlio del presunto boss Domenico, Alfio Scuderi, di 35 anni, Giovanni Messina, di 44, e Benedetto Beato, di 26. Durante i due anni di indagini sulla cosca gli investigatori hanno anche impedito una vendetta trasversale nei confronti di un proprio affiliato ‘colpevole’ di avere un fratello collaboratore di giustizia.

Ci sono anche la gestione di appalti, e servizi pubblici e presunte pressioni per impedire od ostacolare il libero esercizio del voto in occasione di consultazioni elettorali al centro dell’inchiesta Padrini della Procura della Repubblica di Catania. Secondo quanto si è appreso, gli episodi riguarderebbero un paese dell’hinterland etneo. Durante l’operazione i carabinieri del comando provinciale di Catania hanno eseguito, in esecuzione di un provvedimento del Gip Antonino Fallone, il sequestro preventivo di imprese edili e società di intermediazione finanzaria e i loro conti correnti bancari ritenute riconducibili a presunti appartenenti ala cosca.
 

 

 

 

Mafia: investivano soldi boss in borsa, arresti

 

In manette a Palermo cinque professionisti
(ANSA) – PALERMO, 27 NOV – La polizia ha arrestato cinque professionisti accusati di aver investito, per conto di boss palermitani, somme di denaro in Borsa. Si tratta di un’indagine che secondo l’accusa fa luce su una zona grigia del mondo della finanza siciliana che sarebbe stata a disposizione, in particolare del capomafia Antonino Rotolo, per riciclare denaro. I provvedimenti cautelari sono stati emessi dal gip del tribunale su richiesta della Direzione distrettuale antimafia di Palermo.

 

 

Mafia: padrini, rubavano in cantieri ‘amici’, uccisi 2 ladri

 

Operazione ‘Padrini’ dei carabinieri di Catania
(ANSA) – CATANIA, 27 NOV – Ladri non ‘inquadrati’ nelle cosche locali che avevano rubato in cantieri ‘tutelati’ da Cosa nostra. Per questo furono uccisi. Roberto Faro, 19 anni, e Giuseppe Salvia, 29, furono assassinati l’11 giugno del 2006 a Paterno’ dopo aver rubato materiale edile e carburanti. E’ un aspetto dell’operazione ‘Padrini’ dei carabinieri del comando provinciale di Catania contro 24 presunti appartenenti al clan Santapaola-Ercolano. Sequestrate imprese edili e societa’ finanziarie.

 

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‘Ndrangheta, 24 fermi a Crotone. Perquisiti politici ed imprenditori

Emerse pesanti interferenze dei clan nella vita politica e amministrativa della città

‘Ndrangheta, 24 fermi a Crotone. Perquisiti politici ed imprenditori


I provvedimenti riguardano presunti appartenenti alle contrapposte cosche dei Papaniciari. I reati ipotizzati sono associazione per delinquere di tipo mafioso, detenzione illegale di arsenali di armi da fuoco, estorsioni e danneggiamenti, traffico di stupefacenti

 

 

Crotone, 25 nov. (Adnkronos) – La Polizia di Crotone ha proceduto al fermo di 24 presunti appartenenti alle contrapposte cosche crotonesi dei Papaniciari, ritenuti responsabili di associazione per delinquere di tipo mafioso, detenzione illegale di arsenali di armi da fuoco, estorsioni e danneggiamenti contro imprenditori locali, traffico di stupefacenti quali eroina, cocaina, hashish e marijuana.

L’operazione condotta con l’ausilio di attività tecniche, telefoniche e ambientali, e con la cooperazione di alcuni collaboratori di giustizia ha permesso di rinvenire sei arsenali di armi e munizioni, anche da guerra, e un’intera piantagione di marijuana del valore stimato di 1.200.000 euro.

Nell’ambito delle indagini sono affiorate pesanti interferenze delle cosche nella vita politica e amministrativa della città di Crotone configuratesi in forma di rapporti privilegiati della cosca con amministratori locali eletti con il comprovato sostegno dei sodalizi mafiosi inquisiti, nonché di tentativi di infiltrazione mafiosa in un noto progetto turistico.

Una serie di perquisizioni, in ambito locale e nazionale, sono state effettuate nei confronti di esponenti politici, imprenditori e funzionari pubblici variamente intervenuti per influenzare l’iter burocratico di approvazione del progetto. Nei loro confronti vengono ascritti vari reati per avere promesso, elargito o ricevuto regalie in denaro per condizionare, ai vari livelli amministrativi, la realizzazione dell’imponente progetto ricettivo.

L’intera operazione è stata condotta da personale della Polizia appartenente al Servizio Centrale Operativo, alle Squadre Mobili di Crotone e Catanzaro, con il concorso di altre Questure regionali e nazionali e l’ausilio dei Reparti Prevenzione Crimine.

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SENTENZA SICANIA

 

 

 

MAFIA: ORDINI DAL CARCERE DURO, CINQUE FERMI TRA CUI MOGLIE BOSS

 

NELL’OPERAZIONE ‘REBUS’ DEI ROS SEQUESTRATI ANCHE BENI PER 15 MILIONI EURO

 

Palermo, 25 nov. – (Adnkronos) – Nonostante si trovassero al ’41 bis’, il carcere duro, avrebbero continuato a dare ordini durante i colloqui con i familiari, ma sono stati scoperti. E’ soltanto uno dei retroscena che all’alba di oggi ha portato all’esecuzione di cinque fermi eseguiti dai carabinieri del Ros di Palermo emessi dalla direzione distrettuale antimafia di Palermo. Gli indagati, fra cui la moglie di un boss, sono accusati di associazione mafiosa ed estorsioni. Sequestrati nell’ambito della stessa operazione denominata ‘Rebus’ beni per quindici milioni di euro, che riguardano terreni, fabbricati rurali, ville, appartamenti e locali commerciali e che costituirebbero il patrimonio occulto delle famiglie Madonia-Di Trapani.

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‘Ndrangheta, preso in Olanda Giuseppe Nirta

 

Era stato condannato a 14 anni e 8 mesi per traffico internazionale di stupefacenti

‘Ndrangheta, preso in Olanda Giuseppe Nirta


Blitz della polizia italiana, in collaborazione con quella dei Paesi Bassi. L’uomo, 35 anni, era ricercato da 9 e compare nella lista dei 100 latitanti più pericolosi. In manette altre 4 persone

 

 

 

 

L’Aja, 24 nov. (Adnkronos) – Blitz anti ‘ndrangheta in Olanda. La polizia italiana, in collaborazione con quella dei Paesi Bassi, ha eseguito 5 arresti. A quanto apprende l’ADNKRONOS, è finito in manette il superlatitante Giuseppe Nirta, 35 anni, che compare nell’elenco del ministero dell’Interno sui 100 latitanti più pericolosi.

Oltre a Nirta, sono stati arrestati, con l’accusa di favoreggiamento, anche le sorelle del boss latitante Giovanni Strangio, Teresa, Angela e Aurelia (moglie di Giuseppe Nirta), e il loro autista Giorgio Francesco Madeo.

A quanto apprende l’ADNKRONOS, il blitz è scattato nei pressi di Amsterdam, dove gli investigatori del Servizio Centrale Operativo, dell’Interpol e della Squadra Mobile di Reggio Calabria hanno messo in atto la trappola. La polizia aveva individuato e tenuto d’occhio il nascondiglio di Giuseppe Nirta, sul quale pende un ordine di carcerazione definitivo per la condanna, in Italia, a 14 anni e 8 mesi per associazione a delinquere per traffico internazionale di stupefacenti.

La cattura di Giuseppe Nirta segna un altro successo della lotta alle cosche calabresi. L’operazione si inquadra nell’opera di prevenzione scattata all’indomani della strage di Ferragosto a Duisburg. Giuseppe Nirta, ricercato da circa 9 anni, è cognato di Giovanni Strangio, tra gli esponenti di maggior rilievo della cosca ‘Nirta-Strangio’ e considerato uno dei killer del massacro nella cittadina tedesca, quando il 15 agosto 2007 vennero uccisi, fuori ad un ristorante italiano, 6 affiliati al clan rivale ‘Pelle-Vottari-Romeo’ a colpi di arma da fuoco.

 

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Riina Jr trova lavoro al nord

 

 

 

 

 

Giuseppe Salvatore ‘Salvo’ Riina, il figlio terzogenito di Totò, l’ex capo di Cosa nostra, vuole lasciare Corleone ed emigrare al Nord per andare a lavorare. A Cernusco sul Naviglio, in particolare, dove avrebbe anche trovato impiego. Lo scrive oggi il Corriere della Sera. Dei Riina, Salvo è l’unico in libertà anche se è sottoposto alla sorveglianza speciale con soggiorno obbligato. La vicenda è venuta fuori proprio perché Riina Jr ha chiesto al tribunale l’autorizzazione a trasferirsi per andare a ricoprire il ruolo di assistente tecnico di cantiere, come impiegato di quarto livello, alle dipendenze di una società che gli avrebbe offerto anche vitto e alloggio.

Assolto in appello dall’accusa di aver avuto un ruolo in alcuni delitti, ha a carico una condanna ad 8 anni e 10 mesi per associazione mafiosa, in buona parte già scontata in regime di carcerazione preventiva. A Corleone, Salvo Riina era tornato a febbraio scorso, dopo essere stato scarcerato per scadenza dei termini di custodia cautelare, ed aveva anche annunciato un ricorso alla Corte europea di Strasburgo contro l’eccessivo periodo trascorso in custodia cautelare. Ritenuto socialmente pericoloso ha avuto applicata l’obbligo di firma che la Questura di Palermo ha chiesto di prolungare poco prima che lo stesso Riina Jr accompagnasse all’altare la sorella Lucia. Secondo la questura il figlio di Totò Riina non avrebbe mostrato – scrive il Corriere – ‘una rivisitazione critica del proprio passato’ avrebbe avuto frequentazioni ‘equivoche’ di persone con precedenti penali più o meno rilevanti e un ritardo nella firma di 16 minuti verificatosi in un’occasione (il 25 giugno s’è presentato alle 9,46 anziché alle 9,30), ‘non si può escludere che facendo leva sull’indiscusso carisma di cui ancora gode, possa tentare di riappropriarsi del ruolo egemonico rivestito nella consorteria criminale nel periodo precedente al suo stato di detenzione, riorganizzandone le fila’.

Salvo Riina, forse anche per questo, adesso vuole emigrare al Nord e ha presentato una istanza alla Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo tramite il suo avvocato Luca Cianferoni il quale, fra l’altro contesta il quadro della ‘pericolosità sociale’ del suo assistito fatto dalla questura, sottolineando che dopo l’assoluzione ottenuta per gli omicidi, Riina jr ha cercato per mesi un’occupazione stabile a Corleone ‘senza successo’.

 

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Mafia, si pente il boss Spadaro, è il settimo in un anno

 

 

 

Maurizio Spataro, 40 anni, boss del Borgo Vecchio arrestato lo scorso 10 luglio per tentata estorsione aggravata, da alcune settimane starebbe collaborando con la Dda.

Il mafioso, con legami anche a San Lorenzo e Resuttana, secondo alcune indiscrezioni avrebbe gia’ fatto ammissioni significative.

Dopo la cattura, il 5 novembre 2007, di Salvatore e Sandro Lo Piccolo, a decidere di collaborare con la giustizia prima di Spataro, erano stati Francesco Franzese, Antonino Nuccio, Gaspare Pulizzi, Andrea Bonaccorso, Angelo Chianello, nonche’ il dichiarante Gaspare Spatuzza

 

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Casalesi, arrestato il figlio del boss Francesco Bidognetti

 

 

 

CASERTA. I carabinieri dei comandi provinciali di Napoli e Caserta hanno arrestato la scorsa notte Gianluca Bidognetti, 20 anni, figlio del capo dell’omonima fazione del clan dei Casalesi, Francesco Bidognetti, alias ”Cicciotto ‘e mezzanotte”.

 

Il giovane è accusato di aver fatto parte del commando che il 31 maggio scorso tentò di uccidere, a Villaricca (Napoli), Maria Carrino e la figlia Francesca, rispettivamente sorella e nipote di Anna Carrino, ex compagna di Francesco Bidognetti, oggi collaboratrice di giustizia.  Al ”Parco Tania” di via Leonardo da Vinci arrivò un’auto blu munita di lampeggiante, da questa scesero alcuni uomini armati che bussarono alla porta dell’abitazione delle Carrino facendosi passare per agenti della Direzione investigativa antimafia e chiedendo di farsi aprire. Le donne ebbero un attimo di esitazione e a quel punto i killer o fecero fuoco contro la porta, ferendo lievemente la 25enne Francesca, e fuggirono.

Di quel commando, ipotizzano gli investigatori, avrebbe fatto parte anche il superlatitante Giuseppe Setola, ritenuto il leader dell’ala stragista che negli ultimi mesi ha insanguinato la zona dell’agro aversano e del litorale domizio, nei confronti del quale è stato emesso un decreto di fermo dalla Procura. Setola, dopo i numerosi arresti delle ultime settimane, sembrerebbe l’unico componente ancora in libertà del ”gruppo di fuoco” creatosi proprio all’interno della fazione dei casalesi capeggiata da Bidognetti.

Anna Carrino è un personaggio assai ”scomodo” per il clan dei casalesi. Prima di pentirsi è stata parte attiva dell’organizzazione criminale e ”ambasciatrice” dell’ex compagno Bidognetti (detto ”Cicciotto ‘e mezzanotte”), il quale, dal carcere, le impartiva direttive. Con le sue rivelazioni ha contribuito all’arresto, nell’aprile scorso, di 52 persone ritenute affiliate al clan, tra cui il figliastro Aniello. In un’intervista televisiva, aveva lanciato un appello all’ex compagno affinché collaborasse con la giustizia: ”Pentiti, la camorra deve essere sconfitta”. 

 

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Intervista ad Angelo Vaccaro Notte

 

martedì, novembre 18, 2008

Intervista ad

Angelo Vaccaro Notte

 

 

 

 

Angelo , Enzo e Salvatore Vaccaro Notte

 

La cosca mafiosa che regnava a Sant’Angelo Muxaro, stroncata dalle operazioni della magistratura ”Sikania” e ”Sikania2”, la chiama ”la Cosca dei Pidocchi”; i componenti del sodalizio mafioso per lui sono ”sacchinari (straccioni, ndr)”, ”vermi”, ”puci (pulci, ndr)”, ”elementi ciambella” e ”lampe da cinque (lampadine di scarsa luminosità,ndr)”; alle foto segnaletiche degli arrestati per gli omicidi dei suoi fratelli, al posto dei nomi e dei cognomi, sovrappone nomignoli come ”Pucys Inutilis”, ”Pucys Scoglionatus” e ”Pucys Sciratus”. Angelo Vaccaro Notte è l’incontenibile fratello di Enzo e di Salvatore, uno piccolo imprenditore nel campo delle onoranze funebri, l’altro capo squadra della Guardia Forestale, uccisi a Sant’Angelo Muxaro rispettivamente il 3 novembre 1999 e il 5 febbraio del 2000. Il suo dolore oggi è sovrastato da una rabbia che seriamente si fatica a raccontare e che si può solo intuire dalla sua viva voce. Oggi lui è tra i 63 Testimoni di Giustizia in Italia e vive nel Nord della penisola con la moglie e con i quattro figli. Questa è la prima intervista rilasciata da Vaccaro Notte che con i giornalisti non ha un buonissimo rapporto.

Per via di alcune dichiarazioni travisate e di alcune notizie false rimbalzate dai giornalisti senza scrupoli, che per fortuna sono sempre i soliti.

 

 

Angelo Vaccaro Notte, chi erano Salvatore e Vincenzo?

Erano due persone oneste, troppo oneste, disponibili e generose, che dopo essere emigrate in Germania, nel 1979, e aver lavorato sodo per diversi anni nella loro pizzeria, tornano a Sant’Angelo ad investire lì tutti i guadagni accumulati. Acquistano anche case e terreni, e nel 1998 mio fratello Vincenzo decide di aprire un’agenzia di onoranze funebri, investimento che lo condurrà alla morte assieme all’altro fratello, Salvatore.

 

Uccisi per delle pompe funebri?

Oggi maledico quella intuizione di mio fratello Vincenzo. Dopo incredibili iter burocratici eravamo riusciti ad avviare la nostra attività che era l’unica autorizzata, e quindi legale, ad operare a Sant’Angelo. Potevamo vendere corone e gestire tutti gli aspetti di un funerale. Il problema è che in paese c’era un’altra agenzia di onoranze funebri, abusiva e senza permessi: apparteneva ai fratelli Milioto, Angelo e Alfonso, vicini alla famiglia mafiosa dei Fragapane di Santa Elisabetta.

 

Immagino che loro non fossero felici, e che voi non abbiate chiesto ”il permesso” per concorrere…

Non avevamo nessun permesso da chiedere, avevamo le autorizzazioni istituzionali. Hanno provato in tutti i modi a convincerci, ad incontrarci, a mediare tramite un imprenditore edile quasi omonimo, Giuseppe Vaccaro, e tramite altre ”lampe da 5”. Ma noi rifiutammo fin dal primo momento ogni patto con la ”cosca dei pidocchi”. Dopo la brusca cessazione di quegli incontri ”mediatori” mi fecero trovare uno dei miei cani ferito a colpi di lupara, e dopo qualche settimana, con fucili di precisione, ne uccisero altri tre. La vendetta era cominciata, ma purtroppo non pensavamo che queste nullità arrivassero ad uccidere i miei fratelli e a tentare di ammazzare anche me.

 

Si racconta che sin dall’inizio vi eravate dimostrati ”forti”, e che dopo le minacce avevate addirittura affisso per il paese un manifesto pubblicitario in cui c’era scritto: ”per i vostri funerali rivolgetevi a noi, siamo gli unici autorizzati, prezzi convenienti, un milione di lire per ogni funerale bara compresa”.

 

E’ vero. In Germania, un paese molto più civile dell’Italia ci siamo abituati ai doveri, ma soprattutto ai diritti che sono sacrosanti e sanciti dalla costituzione. Noi eravamo imprenditori, loro falliti semplicemente perché erano incapaci di amministrare, di portare avanti qualsiasi attività. Io, per esempio, tra Italia e Germania, ero titolare di una ventina di attività, e i miei fratelli non avevano cambiali da pagare, perché dietro di loro c’ero io che potevo finanziare. I pidocchi, invece, erano perennemente con le ”pezze al sedere”.

 

Lei calca la mano nel descrivere gli aguzzini della vostra famiglia chiamandoli ”senza palle”, in che senso? Non vi hanno forse dimostrato come con la prepotenza si può oltrepassare qualsiasi ostacolo?

Tutti sono capaci ad ammazzare a tradimento, in gruppo, come un esercito. Sono bravi pure a vantarsi nei bar delle proprie azione criminose. Ma nessuno di queste ”pulci” è stato mai capace di affrontare di petto i tre fratelli Vaccaro Notte. Hanno avuto bisogno di decine di uomini, di armi, e dell’omertà di gran parte del paese per poter uccidere i miei fratelli. Non hanno coraggio, quando sono da soli, senza il branco, diventano dei bambini indifesi, fanno davvero pena.

 

Il 3 novembre del 1999 uccidono suo fratello Vincenzo. La partita poteva essere chiusa. Voi potevate cedere e chiudere il conto salatissimo che la cosca di San’Angelo aveva preteso.

Certo, sarebbe stata la loro vittoria. Subito dopo l’omicidio di Enzo, io e Salvatore decidiamo di tenere duro, di dimostrare che non si può ottenere tutto con le armi, con la prepotenza, con l’intimidazione. Nonostante il dolore lancinante, la nostra scelta è netta e rappresenta una sfida alla ”Cosca dei pidocchi”: noi continuiamo! Forse non si aspettavano questa reazione, e a maggior ragione temevano una vendetta. Per questo hanno deciso di ucciderci tutti, perché avevano paura.

 

Lei aveva sete di giustizia, ma pur conoscendo mandanti ed esecutori non cercò vendetta, non si sporcò le mani.

Si, la tentazione di farmi giustizia con le mie mani è stata forte. Ma avremmo solo fatto il loro sporco gioco. Dal giorno dopo l’omicidio di mio fratello Enzo mi misi a completa disposizione delle forze dell’ordine, parlai giorni e giorni, firmai decine e decine di verbali mettendo in chiaro chi come e perché avrebbe potuto commettere il fatto. Se tutto quel materiale fosse stato usato in tempo e con modo forse oggi piangeremmo solo un fratello e forse anche il destino di quel paese sarebbe diverso.

 

E invece?

Posso dire senza timore, e con un eufemismo, che le indagini potevano essere svolte molto, molto meglio da magistrati molto, molto più competenti. Solo 94 giorni dopo viene ucciso anche Salvatore, con due colpi di lupara in testa. Fu la fine di tutto. E pensare che si poteva tranquillamente evitare. Per colpa di una magistratura all’epoca lenta e disattenta, questi personaggi, che tutti conoscono a Sant’Angelo Muxaro e dintorni, hanno potuto fare i loro comodi fino al giorno degli arresti. Perché già all’indomani del primo delitto io avevo indirizzato le indagini sui reali responsabili. Ecco perché le manette potevano scattare sei anni fa, risparmiando la vita a Salvatore, salvando l’integrità di una famiglia rispettata e ben voluta dalla gente per bene di Sant’Angelo.

 

Anche lei però ha rischiato di essere ucciso.

Non una volta, ma almeno cinque. In alcuni casi mi sono accorto degli agguati all’ultimo momento, grazie ai miei cani che sono stati i miei veri angeli costodi, che hanno abbaiato respingendo con aggressività questa ”feccia” e mi hanno consentito di salvarmi. Davvero devo la mia vita a loro. E’ anche per il pericolo di vita imminente, e per l’immobilità della magistratura, non avendo più fiducia in nessuno, che il 30 marzo del 2000, assieme alla mia famiglia, lasciai Sant’Angelo per andare a vivere in Argentina. Lì rimasi per ben 13 mesi, senza la possibilità di tornare, in quanto la Procura non riteneva sussistessero garanzie per la nostra incolumità a Sant’Angelo Muxaro.

 

Il 10 maggio del 2006 un’operazione portò in carcere dodici persone (uno era in carcere per altre vicende), tra mandanti ed esecutori materiali dei due omicidi. Gli inquirenti scoprono che oltre al duplice omicidio ci sono gare d’appalto pilotate, estorsioni, traffico di droga, di armi, e coperture a latitanti eccellenti. E pensare che il sindaco di Sant’Angelo Muxaro di allora, Giuseppe Tirrito, dopo gli omicidi dichiarava ad Alfonso Bugea: ”E’ un paese tranquillo,un’isola felice. La mafia cerca di infiltrarsi laddove c’è business e dove ci sono amministrazioni corrotte ed a S.Angelo non c’è né questo né quello”. Perché lei continua a chiedere ulteriori indagini, altri accertamenti?

Sul sindaco preferisco sorvolare. Era lo specchio di una società malata. Non ha nemmeno proclamato il lutto, nonostante mio fratello Salvatore fosse stato suo consigliere e io fossi proprio negli anni dei due omicidi, consigliere di minoranza; eravamo impegnati nell’amministrazione del paese, ma questo per lui non contava. La verità ha travolto anche le sue menzogne per fortuna e ha svelato preoccupanti coperture. Per quanto riguarda gli arresti, per me è ancora una giustizia monca e parziale, perché gli arrestati sono solo dei pagliacci, delle pulci, appunto. Dei manichini. La giustizia deve colpire chi acconsentì a quegli omicidi, il livello superiore di responsabilità. Grazie alla mia testimonianza sono stati arrestati diversi latitanti pericolosi (adesso pentiti, che collaborando con lo Stato hanno portato alla luce decine di omicidi e hanno favorito diverse operazioni Antimafia) e molti dei facenti parte della cosca di San’Angelo e dintorni, nell’ambito delle operazioni antimafia ”Sicania” e ”Sicania 2”. Come mandante degli omicidi dei miei fratelli è stato indicato dalla magistratura Giuseppe Vaccaro, arrestato a Padova, che io chiamo ”pucys inutilis”. I killer di Salvatore sarebbero stati Pietro Mongiovì, Vincenzo Di Raimondo, Giuseppe La Porta e Stefano Iacono. Gli altri arrestati sono Calogero L’Abbate, di Porto Empedocle, Stefano Fragapane e suo fratello Francesco, di Santa Elisabetta, Raimondo Pona, di Casteltermini, Angelo Milito e suo fratello Alfonso, di Santa Elisabetta, Antonio Di Raimondo, di Sant’Angelo Muxaro e Stefano la Porta, di Santa Elisabetta.

 

Dodici persone, quante ne mancano?

Sono poche, troppo poche per un gioco così grande. Mancano tanti nomi, alcuni dei quali sono perfettamente liberi di delinquere. Pietro Mongiovì, poco dopo aver iniziato la sua collaborazione con i giudici, accettando i miei ”saggi” consigli, decide di impiccarsi, il che non può dispiacermi. Sono cattolico, ma non posso perdonare. E quella di Mongiovì è la fine che auguro a tutti gli altri dodici. Posso dire che la mia sete di giustizia è stata soddisfatta al 50%, sto aspettando il resto. Anche la provincia di Agrigento in generale ha ricevuto eccellenti risultati dalle operazioni Antimafia che dal 2000 ad oggi sono state portate a termine, tutte collegate tra di loro. Sant’Angelo Muxaro deve essere orgogliosa e fiera di avere dato i natali ai fratelli Vaccaro Notte, che in parte hanno dato visibilità a questo piccolo centro, nella valle dei monti Sicani; imprenditori veri ed instancabili prima in Germania e poi in Sicilia.

 

Oggi lei lavora nel nord Italia, ha tre aziende e da lavoro ad una trentina di persone. Cosa la spinge tutte le mattine ad alzarsi, a ricominciare una vita nettamente diversa da quella che felice che viveva a Sant’Angelo con una famiglia legatissima e con due fratelli con cui in realtà eravate un tutt’uno?

La mia vera linfa vitale che mi ha sostenuto in momenti difficili della mia vita è mia moglie e i miei quattro figli. Non erano abituati a vedermi in uno stato di totale assenza psicofisica, demoralizzato e sconfitto. Per il mio carattere, ostacoli e problemi non esistevano e se si creavano venivano risolti con ottimismo. La perdita dei miei fratelli però non è stata solo un ostacolo o un problema, è stata una tragedia, parte di me stesso è morta assieme a loro. Oggi però ho l’orgoglio della mia libertà, il coraggio di tenere sempre alta la testa. L’obbligo morale di far si che quei due sacrifici non vengano dimenticati, non diventino vani. Io continuo dai miei due blog (sicania.spazioblog.it e vaccaronotte.spazioblog.it) entrambi visitatissimi (quasi 2 milioni di visitatori) da tutto il mondo, da tutte le università , associazioni o enti, da gente comune, da vittime o carnefici, da curiosi; mi onorano spesso le visite delle più alte cariche dello Stato che visitano i miei siti, non so se per curiosità o interesse. Quotidianamente sbeffeggio la ”cosca dei pidocchi”, questi incapaci, questa sporcizia che ci aveva accerchiato. Scese in campo un esercito contro tre fratelli che lavorano onestamente, in un paese dove le connivenze erano all’ordine del giorno. Pensa che sulla foto di uno dei mandanti ho inserito un omino che di continuo urina sull’immagine. Oggi io, Salvatore e Vincenzo siamo i vincitori, e loro sono rimasti parassiti, pulci, o quale migliore definizione di ”pidocchi”? La mia vera grande soddisfazione è che quattro ”bestie criminali” facente parte della ”Cosca dei Pidocchi” che parteciparono agli omicidi dei miei fratelli sono crepati, ma sarebbe stato un vantaggio per tutta la società civile se fossero morti il giorno della nascita: Bruno Giuseppe, cinque colpi di lupara , Di Raimondo Vincenzo, cancro, Sacco Agostino e Mongiovì Pietro, impiccati. Io continuo ad affidarmi alle grazie di Sant’Angelikus (il mio Santo ”personale”) e ad un Santo Antimafia che punisce i criminali. Sono ottimista e aspetto ulteriori ”miracoli”.

 

 

 

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